Pompeo Aloisi – Il colpo di Zurigo

S:2 – Ep.41

Pompeo Aloisi è una persona qualunque.

Nato a Roma il 6 novembre 1875 da Paolo e Irène, nata contessa de Belloy, Pompeo Aloisi appartiene ad una di quelle antiche famiglie che gravitano attorno alla Curia Romana, se i fratelli maggiori raggiunsero l’esercito, Pompeo invece si destina in un primo tempo alla marina come addetto navale all’ambasciata di Parigi dove farà il suo ingresso nel mondo diplomatico e dove svolgerà una carriera delle più brillanti per oltre trent’anni.

Nel 1899 Aloisi sposa Maria Federiga de Larderel, discendente di François Jacques de Larderel, un ingegnere e imprenditore francese che promosse lo sfruttamento industriale dei soffioni boraciferi della Toscana e cognata del principe Piero Ginori Conti, un nobile, imprenditore e politico italiano che fu il primo al mondo a sfruttare l’energia geotermica per la produzione industriale di corrente elettrica.

Pompeo, dopo essere uscito primo al concorso di diplomazia nel 1902, venne mandato di nuovo a Parigi, dove vede nascere nel 1907 l’unico figlio che ebbe, Folco, destinato in futuro a seguire le orme del padre, ed infatti diventerà una tradizione di famiglia avverata tutt’oggi nella persona di Francesco Aloisi de Larderel, un tempo ambasciatore d’Italia in Egitto.

Ma torniamo alla grande guerra, più precisamente al 27 settembre 1915, la prima guerra mondiale è cominciata da quattro mesi, la Regia marina italiana costringe la flotta imperiale austriaca alla fonda nei porti dell’Adriatico.

Nel mare di Brindisi si staglia la figura della corazzata Benedetto Brin, l’ammiraglia della flotta italiana, alle otto un’esplosione tremenda squassa la nave che viene avvolta da una coltre di fumo giallo e rossastro alta cento metri, metà dell’equipaggio rimane ucciso nella tragedia, 21 ufficiali e 433 tra sottufficiali e marinai.

Il 2 agosto 1916 la nave da battaglia Leonardo da Vinci, altro fiore all’occhiello italiano, è scossa anch’essa da un’esplosione, seguita da altre che la faranno a pezzi, anche qui una tragedia, muoiono 249 marinai e 21 ufficiali.

Questi sono i colpi più eclatanti dei servizi segreti austriaci e tedeschi in territorio italiano che uccideranno più di 1.000 militari, i cui sabotatori riescono anche a distruggere una intera calata del porto a Genova, un hangar di dirigibili ad Ancona, il piroscafo Etruria a Livorno e un’intera fabbrica, il dinamitificio di Cengio sopra a Savona e subisce gravi danni anche la centrale idroelettrica di Terni, ma l’evento più devastante è l’esplosione di un carro ferroviario carico di proiettili navali vicino alla Spezia, dove muoiono altre 265 persone.

Aloisi, promosso capo dei servizi segreti della marina durante la Prima Guerra mondiale, si distinguerà nell’occasione del famoso colpo di Zurigo; nonostante inizialmente lo stato italiano tentò di far passare questi eventi come sfortunate casualità, anche se si trattava chiaramente di sabotaggi e di spionaggio nemico, la Regia Marina si mise all’opera con il proprio controspionaggio che scoprì una fitta rete di spie che facevano capo al capitano di corvetta austriaco Rudolph Mayer.

Poco più di un secolo fa si compiva una epica missione di agenti segreti della Marina italiana, chiamata, per l’appunto, il “Colpo di Zurigo”, tutto iniziò quando un uomo, italiano, venne arrestato dai carabinieri mentre stava piazzando una potente carica di dinamite sotto la diga del bacino idroelettrico delle Marmore Alte, presso Terni, si intuì che gli austriaci avevano iniziato a fare leva su nostri concittadini disposti a tradire per denaro la propria patria.

Dagli interrogatori dei sabotatori arrestati, e dalle confidenze e dalle notizie fornite dagli informatori, il servizio informazioni italiani capì che il centro organizzativo dell’azione terroristica si trovava in Svizzera, a Zurigo, nella sede del consolato austriaco.

Rudolph Mayer, console austriaco, Capitano di Corvetta della Imperial Regia Marina di Vienna, comprava uomini, soprattutto italiani, con listini da star ed una disponibilità economica quasi illimitata.

Fu inviato un ufficiale italiano, Pompeo Aloisi a Zurigo, studiò la situazione, fece sorvegliare la palazzina del consolato austriaco ed intanto organizzava un piano, ma non poteva fare tutto da solo, aveva bisogno di un gruppo di uomini.

Il piano che preparava, oggigiorno sarebbe da film, entrare nell’ufficio di Mayer, aprire la cassaforte, portar via i progetti dei sabotaggi e le cartelle dei sabotatori e far saltare l’intera organizzazione, ma doveva essere fatto senza nessuna copertura ufficiale del governo e della Marina.

Si preparò il gruppo di uomini: il primo fu il tenente Ugo Cappelletti, inviato sotto copertura diplomatica, subito a Zurigo; giunto nella città elvetica Ugo Cappelletti cominciò a frequentare il locale di un marchigiano anarchico, che aveva conosciuto a Vienna quando studiava all’università e con il quale era rimasto in contatto.

Il padrone presentò a Cappelletti un cliente che non veniva spesso ma sembrava bene informato: l’avvocato Livio Bini, che divenne il secondo uomo del gruppo.

Fu in questo modo che Bini, astuto e opportunista, a seguito di una denuncia ai suoi fiduciari che vennero arrestati dal Reparto Informazioni della Regia Marina, gli tornò utile collaborare per uscirne ricco e pulito, Bini conosceva Mayer e faceva il doppio gioco.

Mayer reperiva informazioni da Bini e a sua volta, l’ufficiale austro-ungarico, continuò a fornirne, non sapendo che collaborava col Servizio italiano ma continuando a tenere sul proprio libro paga l’avvocato fiorentino che aveva in cambio il vantaggio di essere pagato da due parti.

Il terzo componente della squadra fu un ingegnere triestino, ottimo agente segreto: Salvatore Bonnes , irredento, volontario di guerra ed ingegnere del genio navale, conoscitore della lingua tedesca che venne nominato addetto commerciale alla legazione italiana di Berna.

Infine, gli “uomini di mano”: l’esperto tecnico Stenos Tanzini di Lodi, sottufficiale di marina, specialista torpediniere transitato nel servizio informazioni che fornì a Bronzin importanti indicazioni circa le abitudini e gli orari di sorveglianza del guardiano della palazzina obiettivo; e Remigio Bronzin, irredento triestino, alias “Remigio Franzioni (o Brausin)”, era un operaio della ditta Stigler di Milano che fabbricava ascensori, esperto di serrature, disposto a combattere l’Austria con ogni mezzo e che accettò senza chiedere nulla in cambio.

Ma il reclutamento più bizzarro fu quello dell’ultimo uomo, Natale Papini, era di Livorno e andarono a pescarlo in carcere dove si trova per avere svaligiato una banca di Viareggio, era uno specialista nell’aprire casseforti, la sua paga?

Libero in caso di esito positivo dell’azione.

L’avvocato Bini suggerì il luogo in cui si trovava la cassaforte, ma avvertì anche che bisogna passare attraverso sedici porte, di ognuna delle quali occorreva possederne la chiave, ma il doppiogiochista fiorentino ne fornì anche le impronte.

Fatte le copie delle chiavi, il gruppo decise che si sarebbe tentato la notte del 22 febbraio 1917, perché era Carnevale e in quell’occasione la sorveglianza della polizia sarebbe stata allentata e così gli uomini del commando arrivarono nella palazzina, superarono le sedici porte, ma…ne trovarono, inaspettatamente, una diciassettesima chiusa, la missione fallì al primo tentativo.

Compiendo autentici miracoli, l’agente doppiogiochista Bini riuscì a fornire anche lo stampo della diciassettesima porta a tempo di record, se ne fabbricò la chiave e si decise di ritentare nella notte del 24, sabato grasso.

Al secondo tentativo, dopo diciassette porte, arrivarono finalmente nell’ufficio del console, dove si trovava la cassaforte, si era calcolato un’ora di lavoro con la fiamma ossidrica ma ce ne vollero più di quattro.

Finalmente riuscirono a mettere le mani sul bottino: documenti, codici di cifratura, l’elenco completo delle spie austriache in Italia, il numero dei conti correnti dove venivano depositate le somme pagate per i sabotaggi, i piani per i futuri attentati, una grossa somma di denaro, gioielli e una preziosa collezione di francobolli, subito tutti depositati presso il ministero della Marina a Roma.

Il gruppo di assaltatori fuggì con il materiale e riuscì a ritornare rapidamente in Italia, il “colpo di Zurigo”, difficilissimo nell’esecuzione, era stato di eccezionale portata.

Seguirono varie operazioni congiunte, arrivarono retate, processi senza grandi risultati, alcuni documenti interessanti vennero persi o distrutti, personaggi conniventi rimasero nell’ombra e la verità non giunse mai a galla del tutto e ogni cosa finì, purtroppo, in un insabbiamento generale.

Un anno dopo la guerra finì ma Pompeo Aloisi, dopo essersi guadagnato il titolo di barone il 15 agosto 1919 per i servizi resi alla patria, tornò ad una carriera diplomatica di alto livello che culminò nel 1932, quando venne chiamato da Benito Mussolini, che aveva assunto a titolo momentaneo il ministero degli Esteri, come suo capo di gabinetto.

Inviato successivamente quale ministro plenipotenziario a Copenaghen, Bucarest e Tokyo, occupò l’ultimo mandato ad Ankara, prima di sostituire Dino Grandi a palazzo Chigi.

Dal 1932 al 1936, il barone Aloisi partecipò allo sviluppo dell’amicizia italo-tedesca ed all’estensione dell’impero italiano attraverso le varie conferenze internazionali sull’Etiopia e la Saar, che porteranno ineluttabilmente l’Italia alla rottura con Francia e Inghilterra, nonostante la spontanea simpatia nutrita che il barone, per metà francese e sposato con una discendente di Francesi, aveva nei confronti di entrambi questi paesi, così come del resto lo erano tutti i diplomatici della vecchia scuola.

Venne sostituito il 9 giugno 1936 da Galeazzo Ciano al ministero degli Esteri ma venne nominato senatore nel ‘39 e non rivestì più alcun incarico pubblico se non quello di comandante di un settore della difesa costiera durante la Seconda Guerra mondiale.

Assolto da ogni accusa di collaborazionismo durante i giudizi di epurazione dal fascismo, morì a Roma il 15 gennaio 1949.

Pur non negandone l’implicazione profonda nel regime fascista, occorre sottolineare l’importanza e la qualità dell’attività diplomatica di Pompeo Aloisi: uomo asciutto e privo di retorica, riuscì con il suo tatto ed il suo fascino personale ad avviare l’Italia verso una posizione internazionale, facendone, anche se col sacrificio dell’amicizia con l’Inghilterra e la Francia, una vera potenza almeno fino al 1940.

Ma questa, è un’altra storia.

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