Rossetti e Paolucci – I due Raffaele

S:1 – Ep.2

Raffaele Paolucci e Raffaele Rossetti sono due persone qualunque.

Questi due uomini, che inizialmente condividono solamente il nome di battesimo, finiranno per raccontare la stessa storia, una storia di onore, sacrificio e coraggio che pochi altri potranno vantare.

Raffaele Paolucci nasce a Roma il 1° giugno 1892, ha radici importanti, il papà Nicola è un ufficiale della Regia Marina e il nonno materno diventerà il presidente di sezione della Corte di cassazione e lui è già conte di Valmaggiore.

Raffaele Rossetti nasce a Genova il 12 luglio 1881, ha natali più comuni, è figlio di Vincenzo e Rosa Bocciardo, due persone qualunque.

Paolucci nel 1910 si iscrisse alla Facoltà di medicina dell’Università di Napoli, interrompendo la frequenza per svolgere il servizio militare come volontario nella 10ª Compagnia di sanità militare del Regio Esercito; si congedò poi il 30 novembre 1914 quando l’aria di guerra riempiva già il cielo europeo.

Rossetti ottenne la laurea in Ingegneria industriale alla Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri ed entrato come allievo all’Accademia Navale di Livorno.

Nel 1906 conseguì un’altra laurea, in Ingegneria Navale e Meccanica e venne destinato presso la Direzione delle Costruzioni Navali dell’Arsenale militare marittimo di Taranto.

Con il grado di capitano si imbarcò sulla nave da battaglia Regina Elena; sull’incrociatore corazzato Pisa e successivamente sulla nave officina Vulcano.

Poi…, nel 1915, l’Italia entrò in guerra. In quel periodo storico, quando l’aviazione non esisteva ancora, la flotta navale era l’arma più efficace, oltre alle armate di terra, per violare i confini.

Ma come potrà un conflitto mondiale unire le storie di un nobile medico con radici abruzzesi e un ingegnere navale ligure?

Fu proprio quel contesto a far incontrare i due Raffaele.

Allo scoppio delle ostilità, Paolucci venne richiamato in servizio e destinato sul Carso, presso un lazzeretto per colerosi.

Tornato a Napoli dopo la morte del padre, fu trattenuto in servizio e destinato all’ospedale Vittorio Emanuele 2° laureandosi in medicina a pieni voti e con lode.

Fu promosso tenente medico di complemento e inviato al fronte nell’8º Reggimento bersaglieri nella Val Marzon e da qui a “Cima Undici” presso la 11ª Compagnia.

Come usava a quei tempi, soprattutto per chi aveva nobili natali, Paolucci fu trasferito sotto sua richiesta nella Regia Marina nel 1916, aveva avuto un padre ammiraglio, inizialmente all’ospedale militare marittimo di Piedigrotta per qualche mese per poi essere trasferito nuovamente come medico al Forte San Felice di Chioggia .

L’esperienza di guerra vissuta sulla prima linea l’aveva segnato e a Chioggia non si sentiva utile, anzi, definendosi in quel momento un “imboscato“, dietro sua insistenza, venne imbarcato nel 1917 sull’Emanuele Filiberto dove prese servizio in qualità di secondo medico di bordo.

Rossetti, all’inizio del conflitto e fino a maggio dello stesso 1917, prestò servizio presso l’Ufficio Tecnico della Regia Marina di Genova per venire poi destinato alla Direzione delle Costruzioni Navali dell’Arsenale della Spezia dove conseguì la promozione a Maggiore del Genio Navale.

Un tenente medico, un maggiore del genio navale, due percorsi di studio diversi, due approcci alla battaglia diversi, Paolucci come medico in prima linea per sua scelta, Rossetti rinchiuso a progettare in un ufficio prototipi ma entrambi con un unico scopo, aiutare la propria patria a vincere facendo terminare quella dannata guerra.

Rossetti si era già da tempo dedicato con intelligenza e costanza alla creazione ed al perfezionamento di una speciale torpedine, una sorta di siluro con scoppio regolato a tempo da applicarsi alla chiglia della nave nemica mediante l’azione di un nuotatore.

Questo ordigno, chiamato anche “mignatta“, è un prototipo ma è già stato fabbricato in gran segreto nell’arsenale della Spezia.

E’ un apparecchio pilotato motorizzato e dotato di due dispositivi sganciabili da fissare per mezzo di un elettromagnete.

Doveva essere usato contro le navi austroungariche e lo sarebbe stato usato da due provetti nuotatori nonché avvezzi al suo utilizzo.

Fin dall’inizio della prima guerra mondiale, la munitissima base austriaca di Pola era uno dei principali obiettivi della Marina italiana, a maggior ragione quando divenne chiaro che la scelta tattica della marina austro-ungarica era quella di opporre al nemico una flotta di dissuasione, perennemente alla fonda nel porto e non impegnata in battaglie in mare aperto.

Diverse volte nel corso del conflitto si era tentato quindi, ma invano, di forzare il porto e affondare qualche unità là dove le navi erano ritenute dagli austriaci maggiormente al sicuro.

La difficoltà di una tale impresa derivava innanzitutto dalla costante sorveglianza del porto e dai vari sbarramenti che ne impedivano l’avvicinamento.

L’unico modo per penetrarlo era per mezzo di piccole unità d’assalto.

La mignatta doveva essere trasportata da un mezzo veloce, onde evitare di essere avvistati al largo nel corso dell’appressamento al “covo” nemico, il mezzo idoneo al suo trasporto era certamente un Mas, un motoscafo silurante fiore all’occhiello della Regia Marina Italiana e il Capitano di Vascello Costanzo Ciano, supervisore e comandante supremo dei MAS, non aveva dubbi su chi affidare la missione, ad un nuotatore medico che preferiva la prima linea piuttosto che imboscarsi in un sicuro ospedale e al creatore della mignatta stessa, chi meglio di lui avrebbe saputo usarla.

I due Raffaele, Rossetti e Paolucci, si conobbero e iniziarono un duro allenamento fisico, si prevedeva una permanenza in acqua di almeno una dozzina di ore, tra le correnti del mare e la gelida temperatura slava novembrina del 1918.

La sera del 31 ottobre Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci avevano già lasciato Venezia a bordo di due MAS scortati da due torpediniere.

Giunte nelle acque istriane a poche miglia dall’imbocco del porto di Pola, le torpediniere si ritirarono e un MAS rimorchiò la “mignatta” fino ad alcune centinaia di metri dalla diga del porto.

Alle ore 22:18 i due ufficiali italiani puntarono verso il bersaglio attaccati alla mignatta, mentre il MAS si allontanò.

L’avvicinamento all’obiettivo fu complesso e rischioso: Rossetti e Paolucci dovettero trascinare il prototipo a motore spento oltre le reti di sbarramento esterno ed eludere l’intensa vigilanza austriaca.

Passati inosservati alle sentinelle sulla diga, alle imbarcazioni di ronda e a un sommergibile nella rada, i due guastatori giunsero verso le 3:00 di notte in prossimità delle navi ancorate ma solamente alle 4:45 del 1º novembre 1918, dopo più di sei ore in acqua, i due ardimentosi riuscirono infine a posizionarsi a poche decine di metri dallo scafo della Viribus Unitis.

La SMS Viribus Unitis era una corazzata della imperiale e regia Marina austro-ungarica, nonché nave ammiraglia e fiore all’occhiello della flotta.

Affondare lei era come affondare simbolicamente tutta la flotta austriaca, voleva dire: vedete, se siamo arrivati a lei possiamo arrivare a qualsiasi altra vostra nave.

Rossetti si staccò e si avvicinò alla chiglia della corazzata con uno dei due ordigni, mentre il compagno rimase ad attenderlo alla mignatta che risultava poco governabile a causa della corrente.

Alle 5:30 l’esplosivo da 200 kg fu finalmente assicurato alla carena dell’obiettivo e programmato per esplodere un’ora più tardi, ma quando Rossetti ritornò da Paolucci i due vennero illuminati dalla luce di un proiettore e subito scoperti.

Prima della cattura, Paolucci riuscì tuttavia ad attivare la seconda carica di esplosivo, mentre Rossetti affondò la mignatta, che ingovernata andò ad arenarsi nei pressi del piroscafo Wien, ormeggiato a poca distanza, facendolo a sua volta esplodere ed affondare.

Nonostante la deflagrazione e la confusione creata, mentre la Wien si inabissava, i due furono catturati e portati a bordo della stessa Viribus Unitis, la nave poco prima minata ma solo in quel momento appresero che nella notte l’alto comando austriaco aveva ceduto la flotta di Pola agli jugoslavi e che la nave non batteva più bandiera austriaca.

La guerra stava finendo e per gli austroungarici si metteva male, così per non cedere la flotta ai nemici, proprio quella notte, l’avevano data agli amici jugoslavi.

Il tempo scorreva inesorabile e i due Raffaele erano sulla nave che presto sarebbe stata affondata da 200 kg. di esplosivo, ma non avrebbero affondato la nave ammiraglia austroungarica ma una nave qualsiasi slava, che fare?

Alle 6:00 presero una decisione, avvertirono il capitano Vuković che la corazzata poteva esplodere da un momento all’altro, e prontamente questi ordinò a tutti di abbandonare immediatamente la nave, aveva appena visto la Wien colare a picco e non voleva correre rischi, trasferì anche i prigionieri a bordo della nave gemella Tegetthoff.

L’esplosione non avvenne e l’equipaggio fece gradualmente ritorno a bordo, non dando più credito all’avvertimento dei due italiani, si temeva che fosse un mezzo subdolo per creare confusione, o peggio, di guadagnare tempo per l’arrivo di un imminente attacco italiano.

Ma quando la nave incominciò a muoversi, alle 6:44, la carica brillò davvero e la corazzata austriaca, inclinatasi immediatamente su un lato imbarcando acqua dalla voragine aperta, cominciò rapidamente ad affondare.

Fuoco a bordo, la nave piegata su un lato, i marinai morti e feriti che si gettavano in acqua come e dove potevano, la confusione totale che avvolgeva in quel momento la Viribus Unitis si concluse con oltre 300 tra vittime e dispersi, tra cui lo stesso comandante Vuković, colpito mortalmente dalla caduta di un albero mentre a nuoto cercava di porsi in salvo.

Rossetti e Paolucci riuscirono anche loro a tuffarsi in acqua, pur stanchi ma allenati riuscirono a sopravvivere all’affondamento della corazzata durato meno di 15 minuti, un tempo brevissimo per una nave di 150 metri con oltre di 1000 uomini a bordo, furono comunque catturati e imprigionati.

Attesero rinchiusi alcuni giorni fino a quando Pola non fu liberata dalle truppe italiane vittoriose, non erano più da considerarsi prigionieri perché nel frattempo la prima guerra mondiale era finita.

Ma questa è un’altra storia.

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Luisa Zeni – Una creatura ammirevole

S:1 – Ep.1

Luisa Zeni è una donna qualunque.

Quella di Luisa Zeni è una storia che forse non tutti conoscono, ma che fa parte della nostra memoria storica trentina e di quella di Arco, la città dove nacque nel 1896, al tempo sotto dominio asburgico.

Luisa Zeni proveniva da una famiglia qualunque, il padre faceva il fabbro, la madre morì quando lei era ancora piccola, aveva 3 anni, e dovette imparare fin da subito a contare sulle proprie forze e su quelle dal padre e del nonno garibaldino

Visse nei primi anni del Novecento nel clima di crescente tensione fra italiani e tedeschi all’interno dell’Impero austro-ungarico, Luisa era di sentimenti irredentisti, forse grazie anche al trascorso militare del nonno, e viveva in un Trentino lacerato fra la secolare fedeltà agli Asburgo ed il richiamo nazionalistico dell’Italia,

Nel volume che pubblicherà poi nel 1926, Briciole, ricordi di una donna in guerra, si racconta l’aneddoto di come rispose al suo ispettore scolastico Prospero Marchetti, fratello di Tullio Marchetti, personaggio fondamentale del servizio informazioni italiani.

Quando Prospero le chiese: «Che faresti se l’Italia movesse in guerra contro l’Austria?»
«Andrei sul Brione a gettar giù sassi»
«Ma contro chi?» «Contro i tedeschi, così gli italiani avanzerebbero».

Luisa Zeni era una donna qualunque, di bassa statura, fisico minuto e di certo non era una di quelle donne che attirava l’attenzione su di sé per la sua bellezza, occhi piccoli e scuri, capelli scuri, dentatura leggermente pronunciata.

Luisa passò il confine nel 1914, appena ebbe compiuto i 18 anni, e si unì al gruppo di irredentisti trentini che, poco prima dello scoppiare della prima guerra mondiale, si diressero a Milano per evitare di entrare in guerra con l’esercito austriaco, in fin dei conti volevano essere italiani, non volevano combatterli.

Tale gruppo, condotto da Cesare Battisti, va a formare il Comitato fra irredenti adriatici e trentini con sede in via Silvio Pellico, 14.

Alla vigilia dell’entrata in guerra, il Comando della 1ª Armata, schierata sul fronte trentino, svolge un’azione di reclutamento per trovare dei trentini disposti, una volta passato nuovamente il confine, a compiere un’azione informativa atta a conoscere i movimenti nemici da Ala fino al Brennero.

Luisa, reclutata nel 1915 all’età di 19 anni dall’allora capo del Servizio Ufficio Informazioni, il colonnello Tullio Marchetti, si offre volontaria per compiere tale pericolosa impresa, «unica persona, fra le molte interpellate di ambo i sessi, che accettò senza titubanza il pericoloso incarico».

Il 22 maggio 1915, due giorni prima della dichiarazione ufficiale di guerra da parte dell’Italia, Luisa Zeni da Milano va a Verona, da qua passa il confine entrando in territorio austriaco nella zona di Ossenigo a Peri.

Con sé aveva soltanto dell’inchiostro simpatico, qualche soldo necessario per vivere, alcuni contatti utili, tra cui il barone Silvio a Prato, un agente italiano in Svizzera a cui avrebbe dovuto indirizzare la sua corrispondenza, e dei documenti falsi per convalidare il suo alias, il suo alter ego austriaco: Josephine Müller.

Intercettata e fermata due volte da pattuglie austriache, Luisa ebbe subito la prontezza, quella prontezza che la salverà in altre occasioni, di pronunciare il suo falso nome e raccontare di essere un’austriaca che vuole ricongiungersi alla sua patria.

Si presenta come Josephine Muller, dichiara di essere fuggita dall’Italia per rientrare in Austria e accompagnata ad Ala viene perquisita.

Temeva che venisse scoperto che era una spia: tra le animelle dei bottoni teneva infatti nascosti gli indirizzi e i contatti degli svizzeri ai quali avrebbe dovuto trasmettere le informazioni mentre nella borsetta aveva l’inchiostro simpatico e il reagente.

Tutto andò liscio, i documenti falsi ressero all’esame e venne fatta proseguire rilasciandogli un foglietto per prendere quella sera stessa insieme ad altri evacuati il treno per Innsbruck.

Il 24 maggio, all’età di vent’anni, raggiunse finalmente Innsbruck in treno e scese all’Union Hotel, luogo pericoloso, ma anche miniera di informazioni frequentato com’è dagli ufficiali dei comandi stanziati in città.

Si era insinuata nel nido del nemico ed ora poteva iniziare il suo lavoro.

Conoscendo perfettamente tanto il tedesco che il territorio trentino, nel corso delle settimane seguenti la Zeni svolge a Innsbruck una preziosa opera informativa, con grande cautela ascoltava tutto ciò che poteva esserle utile, raccoglieva informazioni che appuntava su foglietti di carta che nascondeva con cura all’interno dei bottoni degli abiti.

Le sue relazioni precise e dettagliate venivano inviate in Svizzera, al barone a Prato, che notò quanto fosse efficiente quella giovane agente trentina, la persona adatta per quella missione.

A volte Luisa si spingeva fino alla frontiera, in Pusteria; nei suoi giri attraversava ponti, posti di controllo, depositi e caserme, dove si accattivava le simpatie dei soldati portando loro tabacco e cioccolata in regalo.

Dopo qualche tempo, per non farsi scoprire abbandonò l’Hotel andando a stare in una casa privata, e iniziò a frequentare un gruppo di Trentini innamorati dell’Italia, mantenendo sempre il suo segreto.

Ma i sospetti iniziarono a circolare e le pattuglie austriache cominciarono le perquisizioni, irrompendo anche nelle case private.

Una sera piombarono anche nella casa dove si trovavano Luisa e gli amici trentini. Terrorizzati, riuscirono a nascondersi dove capitava, ma qualcuno venne ammanettato e portato via.

Di loro la ragazza non seppe più nulla.

Dato che le perquisizioni diventavano sempre più frequenti, nella sua stanzetta Luisa si era ingegnata per nascondere i suoi “corpi del reato”, le boccette d’inchiostro chimico e il reagente.

Dietro l’armadio, con un trapano e uno scalpello aveva forato il pavimento di legno, ricavando uno spazio dove aveva nascosto le boccette.

Se fossero state trovate sarebbe stata condannata a morte.

Tenendosi informata sulla sorte dei suoi compatrioti, con il cuore in gola, la ragazza andava avanti nel suo gioco pericoloso, fino a che, alla fine di luglio, non venne smascherata dalla polizia nemica e dall’Evidenzbüro, il servizio di intelligence militare austroungarico. Una mattina quattordici uomini armati si presentarono a casa sua per condurla alla Kloster Kaserme.

Conservando il suo sangue freddo e un atteggiamento di sfida Luisa li seguì.

Fu gettata in una stanza, nuda, al buio.

Nonostante temesse per la sua sorte, si sentiva orgogliosa di aver servito la sua patria, che ora invocava in quella cella umida.

Quando la presero per interrogarla sulla sua identità sfoderò la scusa che si era preparata.

Disse di servirsi del nome tedesco per non rischiare di essere maltrattata, come capitava a chi portava un nome che suonava italiano.

Raccontò poi la verità sulla sua famiglia: il padre prestava servizio come soldato in Panarotta, suo fratello in Galizia, mentre lo zio sacerdote era al fronte nel Regio Esercito come cappellano militare; il resto dei parenti confinato in Moravia, ma lei non li avrebbe raggiunti.

Anche questa volta la giovane trentina dallo spirito acuto se la cavò, ma non poteva uscire fuori dai confini della città e l’avrebbero tenuta sotto stretta sorveglianza.

La piccola spia di Arco rimase in Austria per tre mesi, quando dalle perquisizioni si era passati agli arresti di massa: i Verräter, i traditori, gli irredenti, venivano catturati e giustiziati.

Il 7 agosto 1915 infatti i poliziotti tornarono a cercarla.

La padrona di casa avvisò la ragazza che erano passati e sarebbero tornati a prenderla.

Non c’era tempo da perdere, l’avrebbero uccisa.

Luisa doveva fuggire, lasciare Innsbruck e l’Austria.

Era notte.

La giovane donna si travestì da uomo, aiutata dalla stessa padrona di casa che gli tagliò i capelli e gli donò un costume tirolese.

A piedi raggiunse la piccola stazione di Hall, appena fuori città e salì su un treno diretto a Feldkirch, in territorio neutrale, per cambiare successivamente e dirigersi in Svizzera.

La corsa arrivò a destinazione, Luisa doveva ora superare i controlli.

C’erano gendarmi dappertutto.

Tenuta sotto sguardo da due di loro che sorvegliavano i binari, si fece strada tra i rimpatriandi italiani in coda e presentò un inservibile foglio di legittimazione, che le era stato rilasciato al Municipio di Innsbruck, ma venne respinto.

Fingendo che fosse tutto in regola, la ragazza si mosse, foglio alla mano bene in vista, verso la stazione, passando tra i gendarmi che non le chiesero nulla.

Esausta, impaurita e preoccupata attese con ansia il treno per la Svizzera.

Era fatta.

Dichiarandosi al servizio della Prima Armata riuscì a raggirare anche i controlli a Zurigo ed arrivò finalmente in Italia per raggiungere il colonnello alpino Tullio Marchetti che andò ad accoglierla a Milano il 15 agosto per sentire direttamente da lei le ultime notizie.

Il giorno seguente Luisa Zeni cessò di essere alle sue dipendenze.

Successivamente, frequentò nell’inverno di quello stesso 1915, la scuola per infermiere della Croce Rossa Italiana, venendo assegnata a diversi ospedali dove prestò servizio fino alla fine della guerra quando, in ricompensa del servizio reso al Paese le venne concessa la medaglia d’argento al valor militare, caso più unico che raro per una donna.

«… è certo che essa, conscia dei pericoli sui quali andava incontro, diede prova di grande ardimento, arrischiando la vita, soprattutto nella sua qualità di trentina, e ciò per puro amore di patria e non per denaro, avendo essa compiuto fino al limite del possibile il suo servizio con il minimo di spesa e senza guadagno di sorta, né diretto né indiretto…. Il suo agire arditissimo e nobile ebbe ed ha un valore maggiore che se fosse stato compiuto da un uomo, dato che nessun uomo si è sentito di fare quanto la Zeni ha fatto. »

Nel 1918 la guerra terminò ma Luisa non si fermò, nel 1920 partecipò all’impresa di Fiume dove si adopera come crocerossina, ciò che aveva studiato e fatto terminando il suo lavoro da spia.

Questa volta si guadagna l’ammirazione dello stesso Gabriele D’Annunzio che parla di lei come “creatura ammirabile”.

Della Zeni, poi, non si seppe granché, forse perché aderì successivamente al fascismo, si sposò, ebbe una vita qualunque come ci si aspetta da una donna qualunque di quei tempi.

Morì a Roma nel 1940. Altre donne seguiranno il suo esempio negli anni, nella buona e nell’avversa fortuna, soprattutto nella Seconda Guerra Mondiale.

Ma questa è un’altra storia.

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